Omelia del Vescovo Sorrentino per la Santa Messa di suffragio per il Papa emerito Benedetto XVI celebrata lunedì 2 gennaio 2023 nella Basilica Inferiore di San Francesco

02-01-2023

OMELIA PER LA MESSA DI SUFFRAGIO PER BENEDETTO XVI

2 gennaio 2023

La voce di Giovanni Battista e la voce di Giovanni Evangelista si levano all’unisono, in queste letture, per dirci la cosa più importante della vita della Chiesa: Gesù. La sua persona e il suo mistero. Ci parlano di Colui al quale il Battista non si sente degno di sciogliere i lacci dei sandali, perché il suo battesimo di acqua non è che preparazione e cammino, mentre Colui che egli annuncia, Gesù, battezza in Spirito Santo. Battezza in quello stesso Spirito che possiede dall’eterno nella comunione col Padre, e che è venuto a donarci a piene mani, perché la nostra umanità possa rialzarsi dopo la caduta delle origini e la valanga di peccato che l’ha seguita. Che cosa dici di te stesso, Giovanni? “Io sono una voce che grida”. La Chiesa continua a riecheggiare questa voce. Ma lo fa ormai in sintonia con la voce di Cristo suo sposo, non solo ripetendo col Battista “preparate la via del Signore”, ma prendendo per mano l’umanità, perché cammini su questa via che ha nome Gesù: “Io sono la via la verità e la vita”.

La prima lettura è ancora di questo che ci parla. Chi scrive è un altro Giovanni, l’evangelista, il discepolo amato. Egli è preoccupato perché nella sua comunità si aggirano falsi profeti che insidiano proprio questo annuncio. Sono, senza mezzi termini, l’anti-Cristo. Il loro obiettivo è oscurare il volto di Cristo nella mente e nel cuore dei discepoli. Per tanti versi, la Chiesa di oggi fa ancora una volta esperienza di questa tentazione. Gesù, il suo vangelo, i suoi valori, non sono più al centro della nostra società pur di tradizione cristiana, e i fedeli stessi ne risentono. Lo si vede soprattutto quando si guarda non solo alle convinzioni intellettuali, ma anche alla coerenza morale, specie in alcuni punti particolarmente esposti all’influsso della mentalità comune, ormai piegata a quella che Benedetto XVI definì, con espressione scultorea, “la dittatura del relativismo”.

Benedetto XVI diventò papa con questa preoccupazione, che già da tempo, nel suo lungo servizio di teologo, di pastore e poi di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, lo aveva assillato. Il relativismo è una malattia pervasiva e subdola. È una sorta di risposta di comodo alle istanze contraddittorie del nostro tempo. È la ricetta del “non so, forse, può darsi”, che può dare l’impressione di regalarci una vita meno ansiosa di fronte dalle grandi domande di senso, e persino di favorire la tolleranza e il rispetto di tutte le opinioni, ma che finisce per dare pericolosamente credito a tutto e al contrario di tutto, facendo esplodere la nozione stessa di verità, e impedendo così il discernimento tra bene e al male, tra verità ed errore, tra positivo e al negativo.  In definitiva, è la nostra umanità che si ammala per questo virus letale, che finisce per legittimare, con il bene, anche le scelte sbagliate di ciascuno di noi.   

La medicina che Benedetto XVI – con la fede della Chiesa di sempre – ci ha proposto contro questa malattia, è il volto di Gesù: ossia la verità fatta persona, che intercetta non solo la nostra mente, ma il nostro cuore e ci chiama a fare sul serio con il senso della nostra vita. Quando ci regalò i suoi volumi su Gesù di Nazaret Benedetto XVI era già papa. Devo confessare che, come primo moto, ebbi un senso di meraviglia: come poteva, un papa, continuare ad avere tempo per scrivere libri? Mi pareva quasi nostalgia dei suoi trascorsi di teologo. Ma preso in mano il libro, ebbi la risposta: quello che egli ci donava, con la sua ricognizione di Gesù, quasi in termini biografici, con attenzione alle vere conquiste dell’esegesi, ma in tono profondamente spirituale, era il cuore stesso della nostra fede, il cuore per il quale valeva la pena di spendere ancora il tempo risicato del complesso ministero petrino. Era esattamente quello che Giovanni Battista fa in questo brano di Vangelo, e quello che Giovanni Evangelista scrive in questa sua lettera. Senza Gesù, la Chiesa è finita. Quello che papa Benedetto ci ha ripresentato è, insieme, il Gesù della storia e della fede, il Gesù da riconoscere come Dio e come uomo, il Gesù che vive in reciproca unità col Padre, ed è presente nella comunità di quanti credono in lui con quella che il brano appena ascoltato chiama l’Unzione, ossia lo Spirito Santo, lo Spirito che ha unto lui, facendone il Cristo, e unge noi, facendoci non solo cristiani, ma Cristo – come direbbe Sant’Agostino – , perché unti di quello stesso Spirito che ci fa figli nel Figlio, e ci fa gridare, nello Spirito, “abbà padre”.

            La Chiesa può superare tutte le sue crisi, inevitabili nei marosi della storia, quando si aggrappa a Cristo.

            Qui, nella Basilica di San Francesco, inevitabilmente il pensiero corre al Poverello che si spoglia non soltanto di beni, ma di sé, per fare di Cristo il senso stesso della sua vita, per immergersi nel suo Vangelo, per fare della fraternità una espressione viva del corpo di Cristo.

            Avevo conosciuto papa Ratzinger già prima che diventasse Papa. Abitavo al Sant’Uffizio, dove egli esercitava il suo ministero di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Sapevo bene della sua preoccupazione per una Chiesa tentata di aprire le porte all’insidia del relativismo, e di arrendersi a quella che egli chiamò, senza peli sulla lingua, la “sporcizia”, sul piano della coerenza morale. Il suo pontificato è stato tutto volto ad arginare queste due tentazioni. La gratitudine della Chiesa universale non sarà mai abbastanza

            Anche questa Chiesa particolare di Assisi, segnata dal carisma di Francesco, deve essergli particolarmente grata. Papa Benedetto ha avuto l’intuizione e il coraggio di un riassetto pastorale che, ben compreso, a partire dalle parole con cui egli ne spiegò le ragioni nella sua prima visita del 2007, è di particolare significato, proprio all’interno di questa strategia di risposta alla crisi del nostro tempo. Egli volle, in qualche modo, rilanciare la missione di san Francesco. Voleva che Francesco tornasse a parlare ancora una volta per “riparare la Chiesa”, come gli aveva chiesto il crocifisso di San Damiano. E pertanto, desiderava che, insieme con i figli sparsi nel mondo, Francesco parlasse anche con la voce della Chiesa che lo ha visto nascere, lo ha seguito nella sua conversione, gli ha messo sulle spalle il mantello della benedizione perché la sua profezia fosse pienamente ecclesiale, e lo ha presentato al Papa perché la sua missione fosse universale. Di qui il nuovo assetto. Nella visione di papa Ratzinger, le due basiliche di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli, punti nevralgici della memoria del Santo, dovevano conservare il loro profilo papale e universale, ma al tempo stesso tornare alla storia concreta di Francesco, alle sue origini, alla comunione e sinergia con la Chiesa Madre in cui la sua vocazione era nata e il suo cammino di fede si era delineato fino alle scelte più radicali. Chiesa universale e Chiesa particolare – sottolineò papa Benedetto – mutuamente implicate per un servizio più efficace all’evangelizzazione. Era quello che avevo visto brillare nei suoi occhi e nella sua voce quando mi aveva ricevuto per darmi l’incarico di pastore di questa Chiesa. Se la Chiesa riprende a gridare il nome di Gesù con l’ardore di Francesco di Assisi, continuerà a svolgere forte e serena la sua missione anche nelle fatiche del nostro tempo. Ce lo ricorda anche l’attuale Pontefice, che di Francesco ha addirittura preso il nome. Sarà la Chiesa dell’annuncio e insieme del dialogo. Di un dialogo vero, ma senza ambiguità, un dialogo mite, ma senza reticenze, come lo stesso papa Ratzinger sottolineò in occasione della sua seconda visita alla nostra città per il venticinquesimo dello “spirito di Assisi”. Papa Ratzinger è tutto questo, ed altro. Lo ricordiamo nella sua grandezza intellettuale e nella sua umanità delicata e colloquiale. Ne apprezziamo la rettitudine con cui volle servire la Chiesa fino a rinunciare al suo mandato quando lo vide compromesso dal suo stato di salute. Ci lascia un’immagine imperitura. E a noi il dovere di una gratitudine imperitura, che qui, alla tomba di Francesco, si fa atto di amore e di preghiera, perché il Cristo della misericordia che egli ha annunciato lo accolga ora tra le sue braccia in Paradiso.