Omelia del Vescovo Sorrentino – Santa Messa Chiusura Giubileo della Speranza, Cattedrale di San Rufino 4 gennaio 2026

04-01-2026

OMELIA CHIUSURA DEL GIUBILEO DELLA SPERANZA, 4 GENNAIO 2026

 

Si può chiudere un Giubileo? Sarebbe non averlo capito. E non averlo vissuto.

Ovviamente si conclude l’anno celebrativo indetto dal Papa.

Ma un Giubileo, soprattutto se è stato concepito in nome della speranza, è fatto per continuare.

Non si chiude, ma si “schiude”. Come un fiore il cui stelo è cresciuto e la corolla si è aperta.

Perché questo sia vero, non dobbiamo guardare a noi stessi, ma portare lo sguardo verso l’alto.

Il Giubileo è stato innanzitutto una grazia. Ci ha riconsegnato il principio motore della vita cristiana, quello da cui tutto dipende: l’amore infinito di Dio, l’amore misericordioso che non si stanca di piegarsi sui nostri peccati e le nostre miserie, l’amore creativo che ha per noi sempre nuove risorse e, come dice il Vangelo di Giovanni appena proclamato, riversa su di noi “grazia su grazia”.

Quella, infatti, che chiamiamo indulgenza giubilare, che cosa è se non un perdono sovrabbondante,

fatto per entrare nelle fibre del nostro essere, scrostando quanto lo rende viziato e malato, per generare in noi un nuovo flusso di energia spirituale, capace, se non gli facciamo resistenza, di portarci alla santità? Ecco l’indulgenza! Ecco il Giubileo!

Ma qui inevitabilmente sorge la domanda che ci tocca da vicino: abbiamo lasciato a questa grazia di fluire dentro di noi? O l’abbiamo lasciata passare accanto a noi? Abbiamo profittato di questa grazia, o l’abbiamo sprecata?

Ognuno di noi può dare la sua risposta. Con sincerità. Sapendo che questa grazia non si inaridisce con la fine del Giubileo, ma continua nella vita ordinaria della Chiesa. L’anno giubilare ha voluto farcene prendere coscienza. Tocca a noi rimetterci in cammino sapendo di poterlo fare, perché la grazia di Dio è con noi.

Questa grazia, nelle letture proclamate, risuonanti nella cornice del Natale, ci viene riconsegnata attraverso tre profili.

La prima lettura ce la riconsegna con il profilo della sapienza. Un termine che biblicamente è ben lontano dal ridursi alla conoscenza della mente. È piuttosto un concetto che contiene quanto di più bello esista in Dio e nel mondo. È lo sguardo che dà bellezza e armonia a tutta la creazione.

Il Giubileo è venuto a ridirci questa sapienza con il suo messaggio di liberazione già intuito nell’Antico Testamento e approfondito nel Nuovo.

Nelle cadenze con cui veniva articolato prima di Cristo, ricordava agli israeliti che la terra è di Dio, e che ogni figlio di Dio non può mai essere prigioniero del fratello. Un messaggio di ieri che vale anche oggi. Le circostanze possono averci gettato – come capita, stando alle cronache, in tanti paesi del mondo – nelle condizioni più servili, assoggettati alla povertà, vittime di guerre e di frodi, votati alle macerie e alla morte. Ma quando tutto sembra aver dato scacco alla nostra umanità, magari spingendoci a disperare, la divina sapienza ci restituisce una opportunità, che risolleva chi è piegato, e piega l’arroganza di chi presume di disporre della vita altrui. Sorella morte viene per tutti anche a fare giustizia.

Non chiudere il Giubileo, ma schiuderlo, significa non smettere di lottare per la libertà del mondo da tutte le sue schiavitù. Cominciando da quelle spirituali. Significa invocare la pace, gridando l’iniquità della guerra e la follia delle armi. Significa spenderci per un mondo in cui l’ineguaglianza faccia posto alla giustizia, e la sapienza di Dio possa manifestarsi nella trama di relazioni improntate a fraternità.

Chi dunque, tra di noi, si è aperto davvero alla grazia giubilare? Certamente chi ha fatto di tutto per rivedere la sua vita spogliandola dell’egoismo e riempiendola di amore. Se per disavventura, avessimo vissuto il giubileo distrattamente, oggi, chiudendolo, lo possiamo riaprire prendendo al balzo il nuovo fiotto di grazia, che l’Eucaristia ci offre, come una fontana che zampilla senza fermarsi mai.

Il Vangelo ce lo ha ricordato, dandoci un secondo profilo della grazia giubilare: quello della Parola fatta carne. “Il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Egli è la luce che risplende nelle tenebre. Seppur fossimo stati resistenti alla luce, abbiamo ancora una possibilità. “A quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”.

La grazia del Giubileo è legata alla nostra accoglienza di Gesù.

È lui, Gesù, il Giubileo della speranza.

Come è bello poterlo sperimentare con le parole dell’evangelista: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito, che viene dal Padre pieno di grazia e di verità”.

Più che una chiusura, quella odierna è una benedizione.

È il terzo profilo della grazia giubilare, quello che  Paolo ci illustra nella seconda lettura, quando dice che siamo stati “benedetti nei cieli in Cristo”, e prega per i cristiani di Efeso, e di riflesso per noi, con queste parole: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi”. Bello davvero!

Guardiamo all’anno passato con gratitudine.

Guardiamo, volendo, ancora più in là, alle arcate di anni che, per ciascuno di noi, hanno scandito la nostra vita. A me viene spontaneo guardare in termini giubilari ai vent’anni vissuti finora in mezzo a voi. Un crescendo di benedizione, grazia su grazia, in vostra compagnia e all’ombra dei nostri Santi: Rufino, Rinaldo, Beato Angelo, Francesco, Chiara, infine Carlo Acutis, per non dire che i più noti. Sabato prossimo, alla Porziuncola, inizieremo l’anno francescano. Con l’VIII centenario della nascita al cielo di Francesco, il Signore darà un ulteriore impulso alla nostra Chiesa. A noi chiede solo di aprire il cuore e di intonare la Lode. Quella di cui è maestro il nostro Santo nel Cantico di frate Sole: Laudato si mi Signore, cum tucte le tue creature. Laudate et benedicete mi’ Signore, et rengratiateli e serviteli cum grande humilitate.