OMELIA MONSIGNOR SORRENTINO
BASILICA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI
19 marzo 2026
Come sei bella, sposa mia!
Immagino sulle labbra di Giuseppe una simile dichiarazione di amore per Maria, espressa tante volte, magari solo con gli occhi, ma sempre con il cuore palpitante, abbracciando poi forte, con Maria, il piccolo Gesù nella casa di Nazaret.
Come sei bella, sposa mia!
Immagino queste parole anche sulle labbra di Gesù, quando guarda la Chiesa che egli ha fatto sua sposa, e soprattutto fissandola in Maria, la “tutta bella”, ma anche volgendo a noi uno sguardo di misericordia, non teme di ripetere questa dichiarazione di amore.
Come sei bella, sposa mia!
Oso dirlo anch’io, a nome di Gesù, che venticinque anni fa, attraverso San Giovanni Paolo II, mi metteva al dito l’anello nuziale, che mi lega per sempre alle Chiese che ho avuto il privilegio di servire, prima a Pompei, e poi ad Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e infine a Foligno.
Venticinque anni fa come fosse ieri. Nella Basilica di San Pietro, ordinandomi, il santo Pontefice consegnò a me e ad altri otto confratelli la figura di San Giuseppe come modello episcopale.
Rimedito oggi le sue parole, che valgono ancora, pur in modo diverso, per la nuova stagione della mia vita di vescovo emerito: «Il Vescovo – disse – svolge nella Comunità cristiana un compito che ha molte analogie con quello di san Giuseppe. Lo pone bene in risalto il Prefazio dell’odierna solennità, indicando Giuseppe come “servo saggio e fedele posto a capo della santa Famiglia, per custodire, come padre il Figlio Dio”. “Padri” e “custodi” sono i Pastori nella Chiesa, chiamati a comportarsi come “servi” saggi e fedeli. A loro è affidata la quotidiana cura del popolo cristiano che, grazie al loro aiuto, può avanzare con sicurezza sul cammino della perfezione cristiana».
Non mancò, per ciascuno di noi, un pensiero speciale. A me toccò il seguente:
«Anche a te, Monsignor Domenico Sorrentino, sono riconoscente per il prezioso servizio svolto nella Segreteria di Stato, e ora, nell’affidarti la Prelatura di Pompei e il suo celebre Santuario mariano, pongo il tuo ministero sotto lo sguardo benedicente della Vergine del Santo Rosario, chiedendole di guidare i tuoi passi sulle orme di san Paolino, Vescovo di Nola, tua terra natale, e vanto della Campania».
Oggi torno con la mente e con il cuore a quel momento di grazia, di cui non avrei potuto sospettare le promesse. A Pompei ebbi due anni intensissimi. Cadde in quel periodo l’anno del Rosario. Il trasferimento a Roma come segretario del Dicastero del Culto divino mi mise a servizio della preghiera universale del popolo di Dio. Cadde in quel periodo l’anno dell’Eucaristia. Con l’elezione di Benedetto XVI si aprirono per me le porte di questa Città benedetta.
È stato un ventennio coincidente con l’arco di anni in cui Francesco si santificò. Iniziò con l’VIII centenario della sua spogliazione, finisce con l’VIII centenario della sua morte, sottolineato dall’ostensione dei suoi resti mortali. Un crescendo di bellezze spirituali, in cui a quelle di Assisi vanno unite quelle di Nocera e Gualdo, soprattutto viste nei rispettivi santi: come dimenticare oggi, col patrono san Rufino, i compatroni San Rinaldo e beato Angelo? E quelli della Chiesa di Foligno? Anche qui quanta ricchezza di storia, di spiritualità e di teologia in San Feliciano e Sant’Angela, per non dire che i maggiori.
Come sei bella, sposa mia!
Se non il tempo del “nunc dimittis”, è per me l’ora del “magnificat”. «L’anima mia magnifica il Signore!».
Mi congedo da voi, cari fratelli e sorelle, per servirvi ancora. Non sarà più il servizio della guida e dell’autorità, che tra qualche giorno trasmetterò al caro fratello Felice, ma il servizio della preghiera, della predicazione, della testimonianza, servizio forse non meno prezioso ed efficace, proprio perché più silenzioso, come quello di Giuseppe.
Mi mancherete? Certo. Ma vi porterò tutti nella mia preghiera e nel mio cuore. Peraltro non sarò lontano da voi.
Che bello poi salutarvi nel contesto di questo mese speciale e di questo luogo speciale, guardando, da un lato, all’urna delle ossa di Francesco, estrema nudità, che sta attraendo folle impressionanti e queste povere mura della Porziuncola, in cui Francesco stabilì la sua casa e in cui volle morire “nudo sulla terra nuda”.
A queste mura il Santo affidò, sotto lo sguardo della Vergine, l’ardore della sua preghiera, il lavorio di formazione della sua fraternità, i primi passi di Chiara.
Qui, vent’anni fa, affidai alla Mamma celeste gli inizi del mio ministero. Ritengo frutto di questo affidamento se, appena giunto in vescovado, cominciai subito a sperimentare quelle mura come traspiranti, sentii il respiro di Francesco, che le aveva segnate della profezia della sua spogliazione e, alla fine della vita, della sua infermità allietata dalle note del Cantico.
Lì, quasi risvegliate da quel respiro santo, le pietre da lui calcate sono progressivamente risorte a nuova vita e restituite ad Assisi dopo un oblio secolare. Il Santuario della Spogliazione non è opera mia.
Come non è opera mia, nello stesso Santuario, l’approdo di san Carlo, venuto ad Assisi a farsi santo sulle orme di Francesco e Chiara, e che ora, con il suo sorriso di cielo, sta incantando il mondo, nuova luce che si è accesa nel paesaggio assisano, senza oscurarne nessun’altra.
Come sei bella, sposa mia!
Tanti sono i motivi per dirlo, nonostante le fatiche e le spine che pur non sono mancate. Ma tutto è grazia.
Dico pertanto con il salmista: “Che cosa renderò al Signore per quello che mi ha dato?” Se volete farmi un dono, cari fratelli e sorelle, fatemi il dono di rendere grazie con me. Il numero di “Chiesa insieme” preparato per questa occasione, la mia intervista per il sito di Assisi e per la Gazzetta di Foligno, il video-giornale di questa settimana vi aiuteranno a farlo.
Alla Porziuncola, prima di fare il mio ingresso pastorale ad Assisi, dissi scherzando a Maria che sarei venuto solo se fosse stata lei a far da vescovo e io a farle da segretario. Lei ha fatto davvero bene, io certo non altrettanto. Rimetto tutto nelle sue mani. La prego di rendere felice il vescovo Felice, e, con lui, tutti voi. A tutti voi un immenso grazie, per ciò che siete stati e resterete per me.
Tante parole, forse troppe, vi ho detto in questi anni. L’ultima, perché non sia ultima, la riprendo dalle labbra stesse di San Francesco, come un monito e un programma, ed è quella che egli pronunciò in questo luogo, mentre si congedava dai suoi frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra Cristo ve la insegni”. Amen.





