SPIRITO DI ASSISI, IL SALUTO DI RICCARDI: “SI PASSI DALL’ETÀ DEL CONFLITTO AL TEMPO DEL DIALOGO”

All'Umbriafiere la cerimonia di apertura della tre giorni promossa dalla Comunità di Sant'Egidio con la Diocesi e la Famiglia Francescana

ASSISI – Di seguito il saluto del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, professor Andrea Riccardi, all’apertura dell’edizione 2026 dello Spirito di Assisi.

Cari amici,
è con grande gioia che apriamo queste giornate, di grande valore, soprattutto per la vostra presenza significativa, espressione di un vasto panorama religioso e internazionale. Oggi facciamo memoria, proprio qui ad Assisi, di quel 27 ottobre 1986. Era il tempo della guerra fredda, il mondo diviso in due imperi. Tempo di guerra fredda, in cui si temeva un grande conflitto anche atomico, eppure era un periodo in cui la pace era ancora al centro delle politiche. Oggi, purtroppo la pace, come idea ispiratrice, sembra sparita dall’orizzonte, mentre si afferma sempre più che la guerra è la compagna naturale della storia umana.

Nel 1986 furono invitati ad Assisi i leader delle grandi religioni, uno a fianco dell’altro, segno di pace di fronte al mondo, per esserlo poi anche nella vita quotidiana. Giovanni Paolo II volle tenacemente quella Giornata per la pace. Così concluse: “Forse mai come ora nella storia dell’umanità è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace”. La pace è radicata nel profondo delle religioni, seppure talvolta nascosta dalla polvere della storia o ridotta a solo fatto individuale. Quante sono le preghiere delle varie tradizioni religiose che chiedono la pace! La pace unisce le religioni con un legame profondo e consonante, cui l’immagine di Assisi 1986 dà forma.

Ad Assisi, il 27 ottobre 1986, si sentiva il brivido di una giornata storica. Oggi non siamo solo a celebrarla con tanti amici, che allora non c’erano o tanti giovani o meno giovani che magari non erano nati. Non è però un fatto lontano. Per quarant’anni, abbiamo camminato nello “spirito di Assisi” fino ad oggi, negli incontri annuali in tante città del mondo, nella vita quotidiana, di fronte a conflitti e scontri di civiltà e religione.

Alla fine di quel giorno, papa Wojtyla parlò guardando oltre l’evento: “La pace è un cantiere aperto a tutti, non solo agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi. La pace è una responsabilità universale”. A non pochi dei presenti parve una chiamata a lavorare nel cantiere della pace. Per noi di Sant’Egidio si concretizzò nell’impegno per la pace in Mozambico, dove una guerra civile aveva ucciso un milione di persone. Durante il negoziato di pace, dal 1989 al 1992, di cui fu protagonista anche il card. Zuppi che saluto, soffiò lo spirito di Assisi. Bisognava continuare lo spirito di Assisi! Da quell’evento del 1986, si è avviato un pellegrinaggio che, toccando molte città del mondo, ha coinvolto tanti credenti nel dialogo e nella preghiera per la pace: ha unito senza confondere, dando vita a solide amicizie interreligiose e contribuendo a spegnere conflitti. Ricordo a Varsavia l’anziano giapponese venerabile Yamada, sommo sacerdote dei Tendai, colpito dalla preghiera del 1986, che disse: “dalla fonte di Assisi sgorga una grande corrente”. L’Incontro a Varsavia nel 1989, quando il Muro era ancora in piedi, ma soffiava un vento di cambiamento nell’Est europeo. Quell’Incontro si concluse con un pellegrinaggio ad Auschwitz, cui parteciparono i leader religiosi. Lì si vide chiaro come durante le guerre avvengano i crimini più efferati. La guerra è la madre di ogni crimine.

Gli incontri nello spirito di Assisi sono continuati con la globalizzazione, quando si è creduto al mito -quasi fosse una provvidenza- che ovunque si sarebbero diffuse pace, democrazia e benessere. Proprio nel 2001, Giovanni Paolo II ci scriveva:
“ardisco affermare che questi Incontri sono divenuti un ‘segno dei tempi’… Un segno oppor­tuno per il XXI secolo e per il terzo millennio, caratterizzato sempre più dal pluralismo religioso e culturale, perché il suo futuro sia illuminato fin dall’inizio dal dialogo fraterno e si apra all’incontro pacifico. Voi dimostrate in maniera visibile come superare una delle frontiere più delicate e urgenti del nostro tempo.” Il nuovo secolo invece è stato caratterizzato da un aumento dei conflitti, soprattutto da una riabilitazione ideologica e pratica della guerra come strumento di politica internazionale. Così il dialogo, la diplomazia, il negoziato sono stati sviliti, mentre il linguaggio tra governanti si faceva più e si armava. Papa Francesco, una volta, esclamò: “Il mondo soffoca senza dialogo”. Sì, il nostro tempo ha bisogno dello spirito di dialogo e preghiera. Nel 2016, trentesimo anniversario, nell’appello finale dell’Incontro qui ad Assisi, dicevamo: “Questo è lo spirito che ci anima: realizzare l’incontro nel dialogo, opporsi a ogni forma di violenza e abuso della religione per giustificare la guerra e il terrorismo”.

La memoria del 1986 ci proietta nel presente e nel futuro con una convinzione: non si vive senza dialogo in un mondo così complesso e conflittuale! Per questo alla preghiera per la pace abbiamo accostato tanti forum su temi del nostro tempo, perché si affermi la cultura del dialogo. Per una pace solida, bisogna passare dall’età del conflitto al tempo del dialogo. La pace, cui tanti popoli anelano, è dono di Dio: a lui va chiesta con la preghiera. La nostra preghiera è un grido di fede ma anche una protesta di fronte a Dio per le guerre che gli uomini si fanno. In questi anni, ci siamo chiesti: di fronte alla crescente potenza delle armi e alle decisioni di guerra, che possono i credenti? Talvolta il senso d’impotenza li avvince. Abbiamo scelto come cuore di questo convegno le prime parole, sgorgate dal cuore di Leone XIV, subito dopo l’elezione: “pace disarmata e disarmante”. Gli uomini e le donne di religione non hanno a disposizione grandi risorse economiche o la forza delle armi. Sono disarmati. Lo sono in particolare di fronte alle “nuove potenze” di questo mondo, al potere della tecnologia o di coercizione sui popoli. Ma disarmati non significa rassegnati al dominio della violenza e al potere dell’odio e dei conflitti. Scrive un grande studioso ebraico del Novecento sulla spiritualità: “nella vita religiosa c’è una potente forza di trasformazione del mondo”. E un Padre della Chiesa d’Oriente, Giovanni Crisostomo afferma: il credente “non farà mai reali conquiste se non con la forza dello Spirito che gli è propria: la forza della carità”. Uno studioso, che fu con noi dall’inizio, Pietro Rossano parlava della religione come “forza debole”, aliena dal potere o dal denaro, ma dotata della “forza dello spirito che può renderla forte, invincibile e finalmente vittoriosa”.

Quale la vittoria di questa forza debole se non la pace? E’ una forza disarmante con le armi dei credenti: le loro mani alzate nella preghiera e tese nel dialogo. Le parole e il dialogo e la preghiera. Il dialogo può disarmare il linguaggio, se bellicoso e minaccioso. La preghiera può ottenere quella pace, che gli uomini non sanno darsi. Per questo chi crede non è inerme, ma forte di una forza diversa.
Sì, i credenti possono disarmare! Dice il salmo 37: “I miti invece possederanno la terra e godranno di una grande pace”. Il possesso della terra non è un dominio, ma una rete di legami e dialogo che porta alla pace. La pace è la comprensione profonda che i popoli, gli uomini e le donne sono tutti sulla stessa barca. Anni fa, durante un attacco terroristico in Francia a un supermercato kosher, un musulmano maliano, Lassana Bathily, nascose alcuni ebrei e dichiarò: “Siamo fratelli. Non è questione di ebrei, cristiani o musulmani, siamo tutti sulla stessa barca”. E’ un modo semplice ma efficace di dire: siamo un’unica umanità. Questa vocazione a superare i particolarismi, i nazionalismi, i fanatismi religiosi, le contrapposizioni, è scritta nel profondo di quasi tutte le religioni.
Molti anni fa, un grande amico del cammino di Assisi, Carlo Maria Martini apriva il nostro Incontro di Milano con queste parole: “C’è bisogno di ritornare a ‘pensare in grande’, superando la diffusa tentazione di accontentarsi di soluzioni provvisorie e di piccolo cabotaggio… C’è bisogno di riaffermare un senso comune dell’umanità: uscire dalla gabbia del particolarismo e riprendere a parlare della ‘Terra degli uomini’”.

Sì, i credenti pregano e operano per la liberazione dalla gabbia dei particolarismi, dei nazionalismi, degli odi atavici e recenti, per realizzare un destino comune nella terra degli uomini, che spezza le armi e ferma i conflitti con la forza debole del dialogo e della preghiera. Vorrei concludere con le parole finali della preghiera buddista dell’VIII secolo, attribuita al saggio Śantideva: «Possa­no tutti gli esseri viventi assaporare la felicità». Parole semplici e profonde che racchiudono l’aspirazione di generazioni, ma che esprimono la nostra volontà e il nostro augurio.