RIMINI – “Chi definitivamente salverà la società non sarà un diplomatico, un dotto, un eroe, ma un Santo, anzi una società di Santi”. Lo ha detto il vescovo delle diocesi di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Domenico Sorrentino, mercoledì 27 agosto, durante il suo intervento al panel dal titolo “Nuovi Santi” che si è tenuto al meeting di Rimini durante il quale si è parlato della storia e della santità di Carlo Acutis e di Pier Giorgio Frassati.
Con questa citazione del beato Giuseppe Toniolo, grande economista che fu il consulente di Leone XIII per la Rerum Novarum, il vescovo ha spiegato che “chi salva definitivamente la società è Gesù attraverso di noi che ci insediamo in lui, diventiamo santi con lui”. “Carlo come Pier Giorgio – ha aggiunto il vescovo – stanno in questa logica, in questa prospettiva e svolgono questo ruolo nel mondo d’oggi”. I due nuovi Santi sembrano dire al mondo e alla chiesa che dopo la loro canonizzazione “non avete più scuse, ormai farvi santi deve essere un imperativo perché con la nostra vita possiamo spiegare che farci santi non significa fare cose straordinarie ma mettere lo straordinario di Dio nella nostra vita”. Parlando dell’attualità del messaggio di San Francesco “che è per eccellenza un Santo straordinario” il vescovo ha sottolineato che Carlo voleva stare ad Assisi perché questa città “rappresentava per lui un messaggio che era possibile tradurre in termini moderni, in termini contemporanei. Francesco pur essendo un Santo che ha la sua statura, la sua fisionomia, il suo contesto in qualche modo inimitabile, ci dice delle cose che sono così attuali, così moderne che un ragazzo come Carlo ha potuto respirare e ha potuto tradurre nella sua fisionomia”.
Il vescovo ha poi parlato delle migliaia di persone che arrivano ad Assisi per pregare e visitare la tomba del giovane Santo. “Io mi chiedo – ha detto il vescovo – che cosa attrae tantissimi giovani da tutto il mondo. Quando sono arrivato nel 2006, anno in cui Carlo moriva a Milano, la piazza del Vescovado, in un pomeriggio come questo sarebbe stata transitata da tre o quattro persone. In un anno avrei messo insieme 2.000/3.000/5.000 persone, 10.000 volendo largheggiare. Invece l’anno scorso abbiamo avuto quasi un milione di persone, e quest’anno probabilmente saranno anche di più. Io vedo questi ragazzi e non solo ragazzi che arrivano davanti a quella tomba e si ispirano subito ad un senso di pace e di gioia. Non lo dimentichiamo la gioia è la cosa che Gesù ci ha portato. Lo dice lui ‘Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena’. Un cristianesimo senza gioia non è cristianesimo, perché noi siamo stati salvati. Gesù ci ha salvati: sono solito dire Gesù-gioia, gioia- Gesù. Carlo ci insegna questo come tutti i Santi. Ad Assisi Francesco che cosa traduce? Carlo di Francesco nella sua vita traduce il Cantico. Francesco lo fa e lo fa anche in un momento molto oscuro della sua vita, sia da un punto di vista del suo fisico che del suo morale. Era un uomo prostrato e da lì sboccia il Cantico: Frate Sole Sora Luna. Il Cantico è un cuore nascosto, un mio testo che sarà prossimamente nelle librerie intitolato “Il cuore nascosto del Cantico” lo spiega. Nelle ultime strofe quelle che noi normalmente glissiamo. La sofferenza, sorella morte. Francesco dentro quel contesto di sofferenza di sorella morte esplode. Francesco fa il Cantico, Carlo è il Cantico. E lo si vede. Quello che Francesco viveva con il Cantico e anche con i suoi modi tipici del suo tempo, Carlo lo ha tradotto per il nostro tempo. I giovani vengono ad Assisi e trovano un Francesco che canta e un Carlo che esegue il suo spartito con la vita”.